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| L'omelia di don Antonio per Patrizio |
Testo e foto di Carmine Cecere
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| L'omelia di don Antonio per Patrizio |
Fino alla metà del 1900, in tempo di guerra o in luoghi rurali come lo era Mugnano, per medicare le fratture agli arti si utilizzavano bende, se non stracci, imbevute di chiara d'uovo, farina, colla o gesso impastato con acqua e versato sul braccio interessato. Questa pratica primitiva veniva effettuata dall'ortopedico fatto in casa, ovvero dalla donna di casa più anziana, quasi sempre la nonna che nell'arco della sua esistenza era ormai diventata una specialista. Sembra assurdo ma è così, anche le fratture venivano curate in casa, l'ospedale era per il cittadino e non per il contado che per arrivare in ospedale ci sarebbe voluto quasi un'intera giornata e molte volte non c'erano i soldi per affittare il calesse e recarsi a Napoli. "Nel Medioevo il gesso veniva applicato dai medici arabi sotto forma di poltiglia, o versato in stampi di legno attorno all'osso rotto per farlo solidificare". Non in tutte le case però c'era la specialista o lo specialista ovviamente, in una realtà come Mugnano ce ne erano tre o quattro su tutto il territorio che praticavano l'ortopedia fai da te, che a volte mettevano a rischio la stessa salute del malcapitato, vuoi per una cattiva manipolazione dell'arto o per altro. I cosiddetti santoni o stregoni dal malcapitato poi ricevevano un obolo per essersi adoperati. Tanti sono stati i casi che si sono risolti positivamente e tanti che hanno lasciato dei segni permanenti.
Un tempo si nasceva tra le mura di casa. I parti avvenivano solitamente tra le proprie cose familiari, per tradizione e per necessità. Ciò è avvenuto fino agli anni settanta del XX secolo. C'era una figura emblematica, chiamata la "Mammana" o "Levatrice" ed era il personaggio chiave di una comunità, veniva anche chiamata, impropriamente, 'a Cummara. Non era un medico, né aveva altra qualifica inerente al ramo, ma era una semplice donna del paese con abbandonate esperienza che con passione aiutava a far nascere i bambini mugnanesi. Ce ne sono state diverse a Mugnano e tra le tante ricordiamo con questo post Francesca Capasso (in foto). La donna correva ad ogni richiesta, e immaginiamo che ciò avveniva quasi tutti i giorni. La Mammana arrivava e il marito e i figli della partoriente venivano fatti accomadore fuori casa, casa quasi sempre composta appena di una camera e un cucinotto, mentre il bagno era nel cortile del palazzo; le altre donne, invece, si davano da fare nell'aiutare colei che prendeva il parto. Con tutto l'occorrente pronto, ovvero pentole d'acqua calda e panni puliti d'ogni genere, giacché era usato nel momento propizio. Nato il pargolo, la levatrice recideva l'ombelico e batteva il culetto affinché si riprendesse. Tutto quanto avveniva nel letto matrimoniale, con lenzuola bianche e pulite. "La puerpera doveva rispettare un periodo di isolamento e riposo di 40 giorni (la cosidetta quarantena), durante il quale si seguivano diete specifiche (come il brodo di gallina) per non alterare il latte materno".
Testo e foto di Carmine Cecere