venerdì 24 aprile 2026

Evviva la liberazione, evviva il 25 aprile



La liberazione napoletana. Il 30 settembre del ’43 la Napoli dei bassi, degli operai e degli studenti, respingeva, vittoriosa, le truppe del terzo Reich; le quali, arretrando, si attestarono nelle nostre zone, tentando di rinforzare la propria linea di difesa in quanto gli anglo-americani, seppur con mille difficoltà, avanzavano da Salerno verso il capoluogo partenopeo. All’epoca di quei tragici eventi mio padre aveva solo dieci anni ed era garzone presso la storica trattoria “’O fussutiello”, situata sulla strada che da Mugnano dà verso Giugliano. Una mattina di novembre del 1943, si stava recando sul posto di lavoro quando, proprio nei pressi del locale, si fermò una pattuglia tedesca che, sotto gli occhi di alcuni passanti e dello stesso datore di lavoro, gli intimò di salire sul mezzo. Immobilizzato dalla paura si lasciò catturare senza alcuna reazione. Stessa sorte capitò ad altri tre compaesani che vistisi puntare le armi contro non tentarono alcuna opposizione. Mentre la pattuglia si allontanava con il bottino di persone inermi, mio padre, dal rumoroso cingolato, lanciò un grido di aiuto con la speranza che tale supplica giungesse ai propri familiari; ma il rumore coprì la voce e il convoglio sparì nella grande nuvola di polvere che il veicolo lasciò dietro di sé percorrendo l’attuale Via 4 Martiri. Il viaggio, però, fu breve. In pochi minuti giunsero nel luogo di destinazione, ovvero dove i tedeschi stavano installando un accampamento situato tra la circumvallazione e Via Rossetti, qualche centinaio di metri più avanti, dov’era ubicata la stessa trattoria. Li scaraventarono dal veicolo e gli fu ordinato di scavare delle buche. Mio padre, ancora oggi, è convinto che quelle buche non sarebbero state né la sua tomba né quella degli altri, ma semplicemente le postazioni delle mitragliatrici. Come gli disse, in un italiano alquanto rudimentale, uno dei soldati messo a guardia dei forzati. Dopo alcune ore, del faticoso scavo, la stanchezza si faceva terribilmente sentire. Alcuni, tra una badilata di terra e l’altra, piangevano ed imprecavano; gli altri, invece, tentavano di rassicurarli. Nel frattempo in paese si era sparsa la voce ed alcuni familiari dei malcapitati giunsero presso il campo. La moglie di uno di questi, con in braccio il suo figlioletto, gridava dimenandosi affinché suo marito, che intanto continuava a scavare, venisse liberato. Quasi al termine dello scavo sopraggiunse anche uno dei proprietari della locanda dove mio padre era impiegato e questi, dopo aver interloquito con il comandante tedesco, riuscì a liberarlo dalle grinfie germaniche. Intanto, sul luogo sinistro, giunsero i parenti di tutti gli altri i malcapitati che dopo una tenace insistenza li riuscirono a portar via sani e salvi. Differente, purtroppo, fu l’epilogo di altri eventi accaduti in quei giorni nel nostro territorio. Le diverse rappresaglie eseguite dalle truppe tedesche segnarono di lutti tutti i comuni del comprensorio. Mugnano si vide massacrare quattro dei suoi figli migliori, quattro sacerdoti che immolarono le loro giovani vite nel tentativo di scongiurare un eventuale bombardamento ai danni della città. Sei, invece, fu il numero dei martiri di Villaricca, tra cui una donna. Mentre a Giugliano, a seguito del ritrovamento di un tedesco ucciso, furono trucidati 13 uomini la cui esecuzione avvenne in Piazza Annunziata. Nel frattempo le notizie che giungevano dal capoluogo e quelle recepite attraverso le trasmissioni di “Radio Londra” erano alquanto confortanti. L’avanzata degli alleati, se pur a rilento, confortava l’animo ormai stanco di chi aveva subito ogni angheria. Rincuorati dall’imminente venuta delle truppe di liberazione americane, un gruppo di partigiani maranesi, armatosi come poteva, tentò di contrastare i piani di sabotaggio dei tedeschi. Infatti diversi furono gli scontri che gli insorti ebbero con le truppe della Wehrmacht, evitando così che i ponti lungo il tratto di Via Santa Maria a Cubito venissero tutti distrutti per ostacolare e ritardare, quindi, l’avanzata degli alleati. Per stanare il gruppo di fuoco maranese giunsero, da Mugnano e da Giugliano, soldati tedeschi supportati da una intera colonna di Panzer Regiment e Kampfgruppen, senza però ottenere nessun risultato. Il 3 ottobre giunsero a Mugnano le autoblindo dello squadrone Kings Dragoon Guards, insieme ai fanti americani del primo battaglione del 143° Reggimento della 36esima Divisione e di alcuni carriarmati Sherman dei Royal Scots Greys britannici. E' quanto racconta pure Simon Pocock nella sua grande opera del 2009 "Campania 1943" edizione Three Mice Books. Alcuni giorni dopo la divisione tedesca, di stanza nei nostri comuni, incolonnatasi con quel che gli era rimasto del carico di morte, prese la direzione verso nord, lasciando, quindi, le nostre terre e inseguiti dagli alleati. E all'indomani dell’entrata della 23esima Brigata Corazzata inglese (Foto sopra), mio padre, nella piazza centrale di Mugnano gremita di gente, spontaneamente, stavolta, salì su di un carro armato gridando, insieme a tanti altri, “’A guerra è fernuta, evviva ‘a libbertà”.


testo di Carmine Cecere

Mugnano, morto l'avvocato Armando Cipolletta


Armando, amico di una spensierata giovinezza. È in questo momento tristissimo che i ricordi migliori ritornano alla mente, e i sorrisi e le battute di un tempo vengono a farci male, a farci riflettere. Facemmo amicizia negli anni settanta, spesso ero a casa sua, accolto sempre ben volentieri dalla famiglia. Il Movimento Biblico Cattolico fu dove avvenne il nostro incontro, dove nacque quell'amicizia che si salda nel tempo e anche se poi i percorsi della vita dividono il pensiero e gli incontri inaspettati diventavano sempre momenti di festa, di gioia nel rincontrarsi. Conosciuto da tutti per il suo passato di militanza nella Democrazia Cristiana, nonché consigliere comunale e rappresentante legale del Comune mugnanese. Non ci resta che esprimere il nostro cordoglio a tutta la sua famiglia per la prematura perdita, porgendo le più sentite condoglianze.
Carmine Cecere 



giovedì 23 aprile 2026

Mugnano e un tempo che non c'è più

Nel XIX secolo Mugnano doveva presentarsi in ogni sua aia o cortile che fosse simile alla scena bucolica della foto qui a fianco. Un mondo raccontato dal Gargiulo, dal Capasso e da tanti altri storici della nostra bella terra. Scene così le possiamo solo vedere attraverso stampe come quella qui raffigurata. Un'aia ricca di animali domestici, colombe che danzano mentre cercano di beccare il cibo lanciato dalle due fanciulle. Fatti simili di sicuro avvenivano anche qui a Mugnano, quando un mondo rurale predominava, quando gli uomini e gli animali vivevano negli stessi luoghi in continuo contatto tra loro, addirittura alcuni dormivano in casa, come gli animali da soma per esempio, in special modo nei mesi invernali il cui calore dei loro corpi riscaldava il locale in cui si dormiva. Questa immagine mi trascina in un tempo ormai finito, in una leggerezza di vita difficile che ritorni, come le distese di frutteti e verde che circondavano le magioni mugnanesi. Un tempo che non c'è più, differente da quello attuale veloce e noioso, dove non ci sono né più aie, né polli in libertà da dar da mangiare, né piccioni viaggiatori che fanno da postini e nemmeno più calessi che fermano in piazza in attesa di passeggeri. Tutto scomparso, modificato, anche gli odori sono cambiati, la primavera non si avverte più, e non è più preponderante come un tempo, e di bucolico non ci resta più nulla in questo paese, ma a dire il vero come ovunque.


Foto e testo di Carmine Cecere 
Stampa J. Adler

mercoledì 22 aprile 2026

Mugnano, in ricordo della scomparsa associazione Padre Pio

Fondata nel 1999, sul finire del secolo XX, era domiciliata in Via 4 Martiri dove un tempo via era il tabacchino del cavaliere. L'associazione contava non molti membri ma uno degli assidui frequentatori era Gabriele Capasso, detto Lello il fabbro (come si vede nella foto). L'associazione raccoglieva persone del circondario e qualcuno che veniva da più distante. Le attività che si svolgevano erano perlopiù ludiche, ossia giocavano a carte e discutevano di ciò che accadeva in città. Ogni anno, poi, organizzavano i festeggiamenti al santo e null'altro. Il loro scopo era di onorare il poverello di Pietrelcina e di divertirsi nello stare insieme. Purtroppo l'esistenza dell'associazione non durò a lungo, giacché chiuse i battenti all'inizio degli anni duemila.


Testo di Carmine Cecere