venerdì 28 luglio 2023

San Giacomo Apostolo e Calvizzano

La storica scoperta avvenne nel 1988 da parte dei ragazzi dell’Azione Cattolica locale

 

Dalle pagine de “Il Mattino” del 29 aprile del 1988, Francesco Vastarella metteva in risalto quanto sostenuto da don Giacomo Di Maria, sacerdote, nonché storico della città di Calvizzano, in merito al rudere posto in Via San Giacomo. I resti, che furono rinvenuti lungo l’attuale strada che oggi congiunge Calvizzano con Mugnano, alle spalle del nuovo stadio di Marano, e che appena due anni fa la sovrintendenza ai Beni Archeologici ha portato alla luce i diversi loculi funerari, appartenevano alla prima Chiesa Madre di Calvizzano, le cui fondamenta, però, custodivano la grande novità. Difatti, nel 1988, durante i ritrovamenti avvenuti in seguito all’attività di ripulitura del sito da parte dei ragazzi dell’Azione Cattolica della Parrocchia Santa Maria delle Grazie, con la collaborazione del gruppo archeologico «Chianese» di Villaricca furono rinvenute le murature in pietra di tufo, le quali presentavano la classica costruzione in “opera reticolata (opus reticulatum) e ammorsature in opera vittate, di cui alcune formanti il praefurnium delle terme”. E ciò bastò per asserire che quanto ritrovato risaliva chiaramente a epoca romana. Furono rinvenuti intonaci con pitture policrome e mosaici a tessere bianche e nere. Nel lato nord del complesso vi era una cisterna anch’essa in opera reticolata. Il sacerdote professor Rafafele Galiero, nel suo “Storia di Calvizzano” del 1930, narrava quanto riportato nel manoscritto, stilato nel 1663, dal primo storico calvizzanese Marco Antonio Syrleto; il quale, testimone oculare, asseriva che a pochi passi dalla chiesa di San Giacomo vi era la tomba del Centurione Caio Nummio: questi apparteneva alla “terza coorte petronia e decima urbana”, milizia istituita per la difesa dell’imperatore. Ciò era quanto riportato dalle iscrizioni sulla lapide. Tale sepolcro, afferma il Syrleto, fu eretto dai familiari del milite, e distrutto, dai tombaroli, nel 1623: sostenendo, inoltre, che nelle vicinanze vi fosse un praedium, cioè una villa. Quindi si deduce che la chiesa fu costruita sulle fondamenta dell'antica villa del Centurione Caio Nummio, lungo la diramazione della antica Via Consolare Campana, prima del 951 d.C. e fu dedicata all’Apostolo Giacomo. Forse fu una delle chiese più antiche del territorio: senz’altro fu una delle più importanti chiese della Diocesi napoletana e meta di pellegrini provenienti da ogni parte di Napoli; nel giorno della festa e cioè il 25 luglio, i Calvizzanesi in onore del loro santo protettore, durante le festività, dispensavano a tutti i partecipanti del grano, da cui prese il nome l'usanza e cioè: "Carità del Grano". Ed ecco come la descrisse il Cardinale Ascanio Filomarino in seguito ad una sua visita pastorale tenuta nel 1646: “…si accede alla chiesa salendo quattro scalini di legno che sono davanti all’unica porta. La navata, compresa la tribuna, è lunga circa 24 metri, larga 7 e 9 di altezza. Il pavimento è di terra mentre il tetto di tegole, sostenute da travi e architravi. A sinistra c’è il fonte battesimale. Due scalini precedono la piccola tribuna, in mezzo alla quale è eretto l’altare che ha la mensa e la predella di marmo…”. Dall’opera “Parrocchia di San Giacomo a Calvizzano” dell’illustre Barleri, edita nel 2002, riportiamo uno stralcio del resoconto della visita pastorale del Cardinale Ruffo Scilla, avvenuta nel 1819. “…questa Parrocchiale Chiesa è antichissima, né si ha memoria della sua fondazione. Vi è un solo altare di legno, ed una sepoltura in mezzo. Esiste una piccola campana, ed una basso con cameretta, sopra, per comodo di un eremita, che custodiva allora detta Chiesa, il tutto ad essa contigua. Ha per dote detta Parrocchia moggia ventiquattro di territorio, cioè, so di esse contigue a detta Chiesa Parrocchiale e le altre 14 in distretto ben anche di Calvizzano, nel luogo detto di Corigliano…è in potere del Parroco calice con Patena, un bastone con pomo d’argento posto nelle mani della statua del Santo Protettore, ed un Ostensorio d’argento dov’è riposto la reliquia di S.Giacomo, con altri arredi sacri… ”. Diversi sono i documenti in cui questa antichissima chiesa viene menzionata e diverse sono state le visite pastorali effettuate da parte dei Cardinali che si sono succeduti nell'arco dei secoli: 1542 Francesco Carafa; 1566 Mario Carafa; 1598 Alfonso Gesualdo; 1607 Ottavio Acquaviva; 1623 Decio Carafa; 1639 Francesco Buoncompagno; 1646 Ascanio Filomarino; 1677 Innico Caracciolo; 1698 Giacomo Cantelmo; 1714 Francesco Pignatelli; 1746 Giuseppe Spinelli; 1819 Luigi Ruffo Scilla; 1835 Sisto Riario Sforza; 1850 Guglielmo Sanfelice; 1884 Giuseppe Prisco; 1902 Filippo Giudice Caracciolo. Durante il dominio francese di Gioacchino Murat (re di Napoli dal 1808 al 1815), truppe napoleoniche trasformarono la chiesa di San Giacomo in un distaccamento militare dove vennero seppelliti anche alcuni soldati caduti in battaglia. Gli ultimi scavi effettuati nei dintorni del sito, nel corso del 2004, sono stati di scarsa rilevanza, e il tutto è stato ricoperto a cura dell’organo competente. Oggi di quella storica struttura non rimane più niente, forse solo i pochi ricordi di qualcuno e le poche cose scritte.

Richiesta di esplorazione sito
Per rinvenimento resti della chiesa

(Foto sopra anni '30: resti antica chiesa di San Giacomo, tratta da "Il Mio Paese" Sac. Raffaele Galiero.)

testo di Carmine Cecere

giovedì 27 luglio 2023

Basile e "lo Cunto" di Napoli nord

Immaginate Giambattista Basile in groppa al suo ronzino che se ne va scorrazzando per i nostri Casali tra i boschi e le selve cui, sicuramente, contribuirono alla creazione del suo mondo fantastico. L’immenso mare di verde sottostante la collina dei Camaldoli e i remoti anfratti furono, probabilmente, lo scenario in cui il Basile incastonò le sue perle fiabesche: spianando così la strada alla favola moderna. La data e il luogo di nascita, da sempre incerto, dell’autore de “Lo Cunto de li cunti” è stata determinata in seguito al ritrovamento di un documento nel quale risulta che Gian Alesio Abbattutis ovvero Giambattista Basile ebbe i natali nella cinquecentesca Giugliano il 25 febbraio 1566. Come ce ne riferisce Emmanuele Coppola nel suo “Giambattista Basile nacque a Giugliano nel
1566”, pubblicato nel 1985. Il Basile, forse, spinto dall’amore per l’avventura, nel primo decennio del 1600, si arruolò nell’esercito della repubblica veneziana di stanza a Creta. In Italia, invece, fu al servizio delle corti di Acerenza, Avellino, Napoli e Mantova. A Mantova, al servizio della corte ducale di Vincenzo Gonzaga, vi lavorò anche la sorella Adriana, la quale fu una cantante richiestissima e molte delle opere da lei cantate, tra cui i madrigali, furono scritte da Giambattista e musicate, forse, dal fratello Donato. Il Basile fu membro dell’Accademia degli Oziosi diretta da Giambattista Manso, biografo di Torquato Tasso, e di quella degli Stravaganti. L’illustre letterato fu, per conto dell’amministrazione vicereale, governatore di Avellino nel 1619, dal 1621 al 1622 in Basilicata, nel 1626 ad Aversa; nel 1631 divenne governatore di Giugliano, su nomina del duca Galeazzo Pinelli. Il suo amore viscerale per la letteratura lo impegnò al componimento di diverse opere, tra le quali: “Smorza crudel Amore” Villanella, messa in musica e pubblicata da Giovan Domenico Montella nel 1605; “Il pianto della vergine” (1608) raccolte di madrigali e ode; “Ritratti delle più belle dame napolitane ritratte da' lor propri nomi in tanti anagrammi”; “Le avventurose disavventure” 1613. L'opera, postuma del 1635, le egloghe delle “Muse napoletane”. “La Venere addolorata, un dramma per musica in cinque atti; ed infine “Lo trattenimento de’ peccerille” detto anche Pentamerone, in quanto la costruzione narrativa ha una struttura simile a quella boccacciana del Decamerone. I racconti in esso contenuti sono senz’altro attinti dalla tradizione popolare ma magistralmente elaborati. Il mondo fantastico del “Lo Cunto de li cunti” ispirò le fiabe del francese Charles Perrault, il quale nel 1697 pubblicò i Racconti di mamma Oca , nella cui raccolta vi era la fiaba di “Cenerentola” e quella de “La bella addormentata nel bosco”. Senza tralasciare quelle tedesche dei fratelli Jacob e Wilhelm Grimm nell’ottocento: i quali crearono, o meglio ancora svilupparono l’inossidabile “Biancaneve e i sette nani”. La topografia che evince da alcuni racconti del Pentamerone riguarda senz’altro il nostro territorio oltre ad altrettante zone di Napoli. Il racconto di “Mortella” è ambientato nell’antico casale di Miano;  quello di “Peruonto” nella paludosa Casoria e in quello delle “tre fate” è citata Panicocoli. Mentre in Cagliuso è menzionata Melito, precisamente le cinque vie. Nel racconto dal titolo “Il mercante” il Basile fa fare una sosta, al protagonista, nella “Taverna del Pisciaturo”. Il luogo è palesemente riportato da diverse carte topografiche. Una risale al 1793 e attesta che tale posto ricadeva nel territorio di Mugnano, sull’antica strada che conduceva a Chiaiano e Piscinola. La storia narra che un certo “Cienzo rompe la testa ad un figlio del re di Napoli, durante una sassaiola, e per questo è costretto a fuggire dalla sua città. Saputo che la figlia del re di Perditesta è nelle grinfie di un dragone lo uccide e libera la fanciulla, che dopo mille peripezie la sposa; ma affatturato da una femmina, è liberato dal fratello, che, dopo averlo ucciso per gelosia, scopre innocente e con una certa erba lo fa tornare in vita”. Quindi potremmo asserire che le fiabe dell’illustre Basile, anche se con un velo di dubbio, in parte sono nate nel nostro territorio per lo meno il paesaggio ha contribuito alla costruzione del mondo fantastico del padre della favola. L’opera de “Lo cunto de li cunti” fu data alle stampe, dalla sorella Adriana, nel 1634 a due anni dalla scomparsa dell’illustre giuglianese.

Giambattista Basile
(Benedetto Croce asserì che nacque a Napoli, Quartiere Posillipo, nel 1575;
Il giornalista giuglianese Emanuele Coppola dà i natali a Giugliano nel 1566.
Foto tratta dal sito web "Cose di Napoli" dell'Associazione di propaganda turistica e culturale
APT Napoli)

(Foto sopra: tratta dal sito "Laboratorio Stabile di Teatro, Brochure della rappresentazione "La gatta Cenerentola")

testo di Carmine Cecere

 

Cronache d’altri tempi nei comuni a nord di Napoli

Pur essendo sette piccoli casali, i comuni del nostro territorio, non erano immuni a fatti di cronaca. Talvolta tragici, talvolta sorprendenti. Tuttavia scarse e scarne sono le fonti da cui si è potuto attingere quel poco di quanti, nel corso delle varie epoche si sono improvvisati provetti cronisti del proprio tempo raccogliendo vicende umane, nonché problematiche sociali e talvolta politiche che, allora come adesso, attanagliavano la vita di questo territorio. Tra le ingiallite carte degli appassionati cultori di storia locale scorre quella linfa che irrora la passione per la conoscenza del passato. Passato che non è fatto solo di grandi eventi o di stravolgimenti, ma soprattutto di attimi di vita quotidiana, di un susseguirsi di gesti, di sentimenti, di umanità. Come ne è pieno il diario redatto dal villaricchese Giulio de Alterio, cappellano della chiesa di San Mattia di cui ce ne parlano Pirozzi e Scarpato nella loro pubblicazione degli anni ottanta. Nella seicentesca Panicocoli, tratto dalla omonima pubblicazione, accadeva: «Pentecoste del 2 giugno 1673. Nicola Corse figlio di Michele di anni tre scarsi ha pigliata la sorella di mesi 3 da dentro la connola e la portata a gettare dentro la latrina et è morta». Nella notte del 2 settembre dello stesso anno, invece, una tempesta di notevole consistenza sradicò numerosi alberi in tutto il circondario, la zona venne completamente allagata e circa 1500 botti, contenente vino, andarono distrutte. Alle prime luci di martedì 30 luglio 1675 Villaricca fu invasa da una carovana di circa 70 zingari i quali si accamparono davanti la chiesa parrocchiale per poter svolgere, secondo le proprie usanze, i funerali di due loro appartenenti. Dopo il rito religioso, celebrato dal parroco, iniziò una cerimonia che durò circa due giorni, nei quali, ininterrottamente, si danzò a ritmo dei tipici suoni zigani, consumando un sostanzioso e succulento pranzo. « L’8 settembre del 1694, giornata della Beata Vergine giorno di mercoledì ad hore 18, meno un quarto è stato un terremoto simile a quello dell’anno ’88 con grannissimo danno della città, ma sensa morte di persone di Napoli et non posso scrivere i danni verso Basilicata et altri luochi con essere cascati terre (intere) et morte di tutti habitanti». Nel 1686, in seguito ad un violento temporale le acque che dalla collina dei Camaldoli si riversarono nella pianura sottostante travolsero il casale di  Marano e gli altri casali vicini, causando diversi danni a cose e a persone; difatti un giovane maranese, travolto dalla furia delle acque, fu trovato cadavere nelle campagne di Mugnano. La domenica delle Palme del 1700 ci fu una nevicata eccezionale che per quattro giorni consecutivi i bambini del paese giocarono, ininterrottamente, a lanciarsi  palle di neve. Alcuni nobili di Mugnano, ovvero i figli di Prospero Caracciolo, sostennero i moti popolari del 1647 rischiando, così, di finire sulla forca. Mentre nello stesso periodo i rivoltosi maranesi distrussero i beni della principessa Catarina Manriquez, figlia del Marchese di Cirella e amante di Filippo IV di Spagna la quale scappò dal suo feudo di Marano per mettersi in salvo. Litigi e incomprensioni non mancarono nemmeno nella Mugnano di fine settecento, allorquando il principe Zurlo, antico proprietario dell’attuale palazzo Capasso di Via Chiesa, trascinò innanzi la Corte della Vicaria alcuni cittadini che, a suo dire, depositavano materiale facilmente infiammabile davanti l’ingresso del suo palazzo, mettendo, così, in pericolo i suoi beni. La sera del 28 giugno del 1799, a Calvizzano in Via Case Nuove, fu catturato l’ammiraglio Francesco Caracciolo, sostenitore della breve Repubblica Partenopea. Nella Calvizzano della “Bella epoque” nasce il biscottificio Gagliardi, rinomato in tutta Napoli e provincia. Oggi nei locali del prestigioso opificio vi è la biblioteca comunale. Il  6 giugno del 1934, Calvizzano addobbata con i vessilli savoiardi ed una folla festante, con la fanfara che suonava “l’inno del Piave” accolse, per l’inaugurazione del tanto atteso monumento ai caduti, il Principe di Piemonte Umberto II di Savoia. Tragico, invece, fu  il 24 giungo del 1934, giorno nel quale persero la vita quattro giovani mugnanesi annegati nelle acque del lago Patria. Nello stesso anno Benito Mussolini premiava Vincenzina Marfella, mugnanese, la quale fu proclamata “La Madre napoletana” in quanto mamma di tredici figli. All’indomani del 8 settembre del 1943, i partigiani maranesi ebbero diversi scontri a fuoco con le truppe tedesche di stanza nel nostro territorio; gli ardimentosi nostrani, ai comandi del tenente Silvestri, misero fuori uso alcuni depositi contenenti munizioni e pezzi di ricambio di aerei nascosti in alcune cave del maranese. La difficile ripresa politica e sociale del dopoguerra fu affidata al Democristiano Alcide De Gasperi, il quale, nelle vesti di Primo Ministro della nascente Repubblica Italiana, visitò Mugnano il 4 febbraio del 1951. Ad accoglierlo ci furono i membri delle locali sezioni della D.C. dell’intero circondario. La piazza del paese era stracolma di gente che aveva riposto la propria speranza in colui che doveva contribuire alla rinascita di un mezzogiorno in bilico sull’orlo del baratro.

(Foto tratta dal Web: il "Monitore Napolitano", diretto da Eleonora de Fonseca Pimentel)

testi di Carmine Cecere


domenica 23 luglio 2023

Mugnano e i re della pasticceria

Il cibo è arte e la pasticceria la possiamo definire la regina di quest'arte. Voglio dedicare questo post a uno dei re pasticceri di Mugnano, Antimo De Rosa. Il negozio-laboratorio fu aperto nel 1968, in Via Napoli e dove è lì ancora ben radicato nella sua lunga storia di uno dei lavori artigianali più impegnativi che ci siano fra i tanti. Il locale sempre modesto nella sua estensione, ma più professionale che mai nella produzione di ogni ben di dio. Realizzati con il sapere tramandato e il sapore di mani esperte che sanno creare. Generazioni e generazioni hanno assaporato ciò che il maestro ha offerto all'utenza mugnanese e non. Tutta Mugnano deve riconoscenza a un uomo che ha donato la sua arte e tutta la sua vita a questa comunità che, a dire il vero, l'ha sempre apprezzato e stimato. Ormai Antimo, seppur è un ottuagenario, sembra sempre instancabile e vivo come un capitano pronto ogni giorno a una nuova avventura sul suo vascello di leccornie. Io avevo sette anni, quando dal 1969 iniziai a frequentare la pasticceria di Antimo, in special modo la domenica, quando con tutta la famiglia si andava a pranzo dalla nonna paterna che abitava a un isolato dal suo esercizio. Prima di salire al secondo piano dov'era domiciliata la nonna Concetta, io e papà ci recavano da Antimo a farci confezionare un vassoio di tante prelibatezze; e il pranzo della domenica, con tutti i famigliari intorno alla grande tavola, culminava nella degustazione delle opere di un grande maestro pasticcere. Grazie di cuore e di gusto, Antimo.

Antimo De Rosa nel suo esercizio.
Sopra: un cliente mentre è intento
Ad acquistare gli squisiti
prodotti artigianali di Antimo.
Clicca le foto per ingrandirle.
Foto Carmine Cecere 2023.



testo e foto di Carmine Cecere