sabato 22 luglio 2023

Catarina, Principessa di Marano e amante di Filippo IV di Spagna

Fu per gratitudine o per punizione che Filippo IV di Spagna donò, alla sua concubina, il Feudo di Marano? Ciò è quanto si chiedeva il Barleri nell’attenta ricostruzione di un momento storico interessante vissuto dalla sua città. Allontanata dalla reale corte ispanica, Catarina Mandrie y Manriquez de Mendoza, giunse nella città partenopea nel 1629, presumibilmente e contestualmente al possesso del vicereame da parte del Duca d’Alcalà, Enriquez Afan de Ribera. Catarina era figlia del Marchese di Cirella, discendente del più famoso don Giovanni Manriquez, Consigliere di Stato e Prefetto Pretorio di Sua Maestà Cattolica; rappresentante dell’ordine e milizia di Calatrava, nonché luogotenente e capitano generale, figlio del secondo duca di Najra, e conte di Trivigno. In una bolla reale si afferma che per tali motivi, e per i tanti servigi che tale casata offrì alla corona di Spagna, il re volle concedere, a donna Catarina, il titolo di Principessa. Ma le male lingue di corte ed il popolo le diedero l’appellativo di “Reginella”, in quanto diverse fonti asserirono che dalla relazione con Filippo IV nacque un bambino, il quale morì prematuramente. Dai documenti ritrovati, con certosina pazienza dal Barleri, ci è sembrato di capire che il re spagnolo e il duca d’Alcalà architettarono una serie di brogli in merito alla vendita del casale di Marano. Il più eclatante fu quello ai danni di don Girolamo de Sangro, Principe di San Severo; questi, aggiudicatosi la vendita del casale di Marano, se lo vide sottrarre, malgrado fosse avvenuta la chiusura del bando da parte del Regio Consiglio. Con un comportamento di palese sopraffazione il Vicerè rilanciò una maggiore offerta, riuscendo così a far assegnare, alla protetta del re spagnolo, il casale di Marano. Stabilitasi nel suo palazzo di Pizzofalcone in Napoli, la bella Catarina si godeva la vita e il suo piccolo regno, fatto: “dal reddito dei vassalli e delle loro masserie, dai giardini, dagli orti, dalle vigne, dai forni, dalle montagne, dagli alberi, dalle terre, coltivate ed incolte, dalla servitù, ed i diritti di servitù. Nonché territori, tenimenti, comunità, usi, diritto di piazze, boschi, erbaggi, pascoli, prati, querce, castagni, acque, fiumi, paludi, pantani, mulini e con il Banco della Giustizia”. Nel 1637, per volontà di Filippo IV, Catarina convola a nozze con il Conte Carlo Francesco Maria Zerbellone (Sorbellone) di Milano, dal cui matrimonio nacquero: Antonio, Teresa ed Eufrasia. Nel luglio del 1647, la rivolta popolare capeggiata da Masaniello coinvolse anche la Principessa di Marano; accusata di “tirannizzare i paesani con numerose gabelle, Masaniello ordinò di bruciarle la residenza di Marano, dalla quale Catarina fuggì lanciandosi da una finestra e mettendosi  in salvo nascondendosi nelle oscure selve del Casale. Dopo tre anni dalla rivolta “si fece pagare i danni causateli e per giunta con i relativi interessi”. Nata nel 1613, all’età di trentanove anni, Catarina, si risposa con il quarantunenne Ambrosio del Nero, Marchese di Monteborusio, il quale morirà, il 7 gennaio del 1657, dopo appena cinque anni di matrimonio. Giovanni Geronimo, unico erede del marchese, sposerà la sorellastra Eufrasia. La casata diventava sempre più potente, i loro beni si estendevano dalla Calabria alla Campania e consistevano in beni immobili e denari contanti. La nipote, Maria Francesca del Nero, figlia di Eufrasia, andò in sposa a Ferdinando Spinelli Principe di Tarsia. Mentre Antonio, figlio di donna Catarina, sposò Teresa Coppola, i due ebbero un figlio di nome Pietro. L’altra figlia, Teresa, si accasò con Martino Diaz Pimento, Regio Consigliere del Consiglio di Capuana, da questa unione nacque Alfonsa. Si sa fin dalla notte dei tempi che i nobili si son sempre congiunti con i loro simili, fatta eccezione in alcuni casi. Infatti la discendenza della Principessa di Marano, nel corso degli anni si unì con diverse famiglie nobili e quella di maggiore rilievo fu senz’altro la famiglia Caracciolo, la quale ebbe ben quattro principi che governarono il casale. Nel libro V dei morti della Parrocchia di San Marco di Palazzo in Napoli, dall’eccellentissimo lavoro del Barleri si evince che, il 17 dicembre del 1690, donna Catarina Manriquez, Principessa di Marano, cessò di vivere all’età di 90 anni.


il palazzo baronale dove
dimorava Catarina
abbattuto negli anni '80.
Sopra il palazzo in una foto antica.
Foto tratte dal Volume "Donna Catarina
Mandrie y Manriquez" di
Peppe Barleri Biondi, Napoli 2005 


 testo di Carmine Cecere

venerdì 21 luglio 2023

"Sono Salvo! ...e ti racconto l'autismo"

Trentola, 21 luglio 2023. Un sole splendente e caldo d'amore illumina un'iniziativa in cui l'inclinazione al bene per il prossimo, nel caso specifico per i bambini speciali, quelli da sempre definiti disabili, diversi, è degna di menzione e riconoscimenti da parte dell'opinione pubblica e non solo. "L'autismo è parte di questo mondo, non è un mondo a parte". Esordisce l'europarlametare Chiara Gemma nella prefazione della sua recente pubblicazione "Sono salvo ...e ti racconto l'autismo" in collaborazione con la giornalista de "Il Mattino" (redazione Caserta) Marilù Musto, da sempre impegnata in questa battaglia in quanto mamma eccezionale di un ragazzo speciale, la quale ha illustrato le finalità del fumetto e sottolineato l'impegno profuso da sempre a favore dei bimbi speciali. In un bene confiscato alla criminalità, si è dato luogo a un'opera di grande solidarietà. Presso la struttura balneare"Night & Day" gestita da Salvatore Di Caprio, il cui programma è stato illustrato da un'operatrice, enumerando le molteplici attività che si svolgono. Oltre al nuoto, si tengono corsi di alfabetizzazione, educazione motoria con il maestro Gino Mottola. Laboratorio musicale con il maestro Giorgio Migliore, laboratorio di pittura e manualità, nonché gare di scacchi e dama e giochi di divertimento. Il tutto organizzato da "Il Cappellaio magico" in collaborazione con "Crazy Fitness", " A.S.D. Libur" e l'associazione artistica di Trentola Ducenta "I figli di Cibele". Sono intervenuti il maresciallo Enrico Nuvoletta, collaboratore di "Libera", Fratello del carabiniere vittima della criminalità Salvatore Nuvoletta, nonché anche lui carabiniere, in pensione, il quale negli anni di piombo fu uno degli uomini della scorta del Generale Dalla Chiesa. Ha esaltato, quindi, l'impegno della comunità civile e l'operato dello Stato e delle forze di polizia nella dura guerra al crimine. Il cavaliere della repubblica Franco Musto ha evidenziato l'importanza di questa realtà su un territorio da sempre martoriato ed ha elogiato tutti gli operatori che offrono il loro tempo in favore dei bambini speciali. Le riprese della manifestazione sono state a cura della TGR Campania.

Maresciallo dei carabinieri in
quiescenza Enrico Nuvoletta.
Negli anni settanta fu uomo della scorta
del Generale Dalla Chiesa,
ora è collaboratore di "Libera"


la giornalista Marilù Musto presenta 
Il fumetto "Sono Salvo! ...e ti racconto l'autismo". Foto Carmine Cecere 

Testi di Chiara Gemma
Disegni di Giancarlo Covino
Cafagna Editore 


testi di Carmine Cecere 


giovedì 20 luglio 2023

Mugnano, i “Cocchieri d’affitto”

Agli inizi del ’900 il trasporto pubblico nel nostro territorio era assicurato dall’Ippovia, sostituita poi dai tram elettrici, e dai pochi vetturini che con le loro carrozzelle o calessi davano facoltà, a chi se lo poteva permettere, di servirsene. L’uso di tale mezzo, per i ceti meno abbienti, era ristretto alle occasioni particolari come matrimoni, battesimi o per recarsi con urgenza in città. Nel primo decennio del ‘900 Mugnano contava un folto numero di vetturini, i quali risultano essere i seguenti: Giaccio Giuseppe, Iacolare Sabatino, Cipolletta Domenico, Attanasio Antonio, Giaccio Biagio, Mangione Francesco, Di Bernardo Giovanni, Iacolare Pasquale, Giaccio Pasquale e Schiattarella Francesco. Il principale luogo di stazionamento era senz’altro la piazza principale dove però veniva fatto divieto di svolgere attività di lavaggio dei cavalli e tantomeno le riparazioni alle vetture. L’Amministrazione comunale mugnanese era sovente fare uso di tale servizio, poiché non vi era soluzione diversa. I costi del noleggio dipendevano dal percorso, come si evince da diverse delibere comunali. Infatti, con verbale n°62 si liquida, con lire 2.25, il cocchiere Giaccio Giuseppe per trasporto, all’Ospedale degli Incurabili, del signor Natale Renella, povero e gravemente ammalato. Con delibera n°63, invece, si saldano lire tre al vetturino Iacolare Sabatino per aver trasportato all’Ospedale Cotugno il giovane Vallefuoco Loreto affetto da Erisipela (patologia contagiosa e infettiva dovuta ad infezione di ferite). Con la stessa si liquida, sempre con lire tre, il cocchiere Cipolletta Domenico per essersi recato a Napoli presso la Regia Prefettura a prelevare due casse di bottiglie di sublimato per le disinfezioni; e ancora lire tre al vetturino Attanasio Antonio per aver accompagnato presso l’Ospedale Cotugno il piccolo Cipolletta Luigi affetto da Vaiolo. Capitava spesso che il Comune si faceva carico di tali spese, in quanto i malcapitati risultavano poveri e quindi non in grado di pagarsi il trasporto. Con delibera 64 del 1901 si pagarono i vetturini Giaccio Biagio e Iacolare Pasquale per aver accompagnato una delegazione della Giunta comunale a Casoria per il benvenuto del nuovo Sotto-Prefetto; in quanto codesta cittadina era capoluogo di circondario e sede della sottoprefettura del primo distretto, a cui apparteneva, per l’appunto, il Comune di Mugnano. Quindi capitava spesso che i nostri vetturini ci si recavano per la consegna di documenti amministrativi per conto del Comune. Come per la consegna, ad esempio, delle liste di leva avvenuta il 1 luglio del 1901 da parte del Segretario comunale Giuseppe Petroli recatosi con il nolo della vettura di Di Bernardo Giovanni per lire quattro. Lire 2.50, invece, furono date al vetturino Mangione Francesco per aver accompagnato il Sindaco e parte della Giunta nella contrada detta Madonna delle Grazie per assistere alla perizia per il risarcimento danni, arrecati dal declivio delle acque, richiesto dai germani Ruggiero di Napoli. In seguito ad una rissa un tal Vincenzo Del Core fu gravemente ferito, al che il farmacista Giannetti Luigi, avendolo visitato, ritenne necessario il ricovero presso il nosocomio dei Pellegrini. Il trasferimento avvenne a tarda sera ed il vetturino di turno, Schiattarella Francesco, pattuì con il comune un compenso di quattro lire. Capitò pure, all’insaputa degli stessi vetturini, di prendere parte ad avvenimenti epocali; come per un tal Cipolletta Domenico, il quale nel 1908, nel mese di dicembre, trasportò presso Villa Vulpes il Sindaco ed il Segretario comunale di Mugnano per la stipula del contratto di abbonamento con il concessionario dell’illuminazione elettrica signor Ludovico Chianese. Per il trasporto di merci o materiali vi era l’altra categoria, ovvero quella dei carrettieri e di quel periodo si ricordano un certo Alfonso Mangiapili e Cipolletta Domenico i quali, su richiesta dell’amministrazione comunale mugnanese, trasportarono i materiali di risulta delle cunette durante i lavori per la costruzione della strada per Calvizzano. Con l’incalzante rivoluzione industriale degli anni cinquanta molte carrozzelle lasciarono il posto alle moderne automobili e ovviamente agli autobus pubblici.


(Sopra: foto anni 50, Biagio Imperatore. Clicca per ingrandirla)

testi di Carmine Cecere

mercoledì 19 luglio 2023

Storia degli emblemi dei Comuni a nord di Napoli

Già durante il dominio dell’antica Roma era uso ostentare in battaglia gli stendardi su cui venivano rappresentati i simboli dell’imperatore regnante, ma in sostanza l’araldica prende vita sul finire del XII secolo. Pionieri di tale pratica furono senz’altro i nobili e i guerrieri, i quali si servirono di ciò per legittimare la loro appartenenza a una famiglia o a un gruppo politico. La raffigurazione degli stemmi era varia e accurata era la ricerca della simbologia. Gli studiosi del ramo riferiscono che il ricorso all’uso degli emblemi avvenne durante le Crociate, anche se la maggior parte degli storici sono giunti alla conclusione che, per risolvere i problemi di identificazione durante i tornei, a causa degli elmi chiusi, si dovette ricorrere a segni convenzionali impressi sulle armature per poter riconoscerne i partecipanti. Quindi gli antichi stemmi furono, come per noi oggi la carta di identità, un documento di riconoscimento: in essi si racchiudevano, in maniera sintetica, i dati personali. L’araldica civica risale all’avvento dei Comuni e solo nel XIII secolo il fenomeno si estese in tutta Europa. Anche i Comuni della fascia a nord di Napoli, quindi, si dotarono, nel corso della loro esistenza, di questi dispositivi, anche se per alcuni di questi non si conoscono le date ne il significato dei simboli scelti. L’ipotesi che il toponimo Mugnano derivasse da Munio, ossia mura e non mugnai, fece si che l’emblema, coniato con l’avvento dell’unità d’Italia, fosse di nuovo sostituito con il D.P.R. del 11 Novembre del 1974. Difatti l’antico stemma, nel quale era raffigurato un mugnaio che faceva girare una macina con l’aiuto di un asino, venne sostituito con l’attuale così composto: uno scudo azzurro, con tralcio di vite posto in banda abbassata sul fianco sinistro dello scudo, pampinoso di sei e fruttato di quattro, il tutto d'oro, sormontato da uno stiletto d'argento posto in palo manicato d'oro con ornamenti esteriori da Comune. Le cronache maranesi riportano che in piazza Arco vi fosse un antico e gigantesco tiglio, piantato, come albero della libertà, durante la rivoluzione partenopea e che nel 1845 fu abbattuto perché vetusto e malaticcio. È probabile che l’autore dello stemma di Marano si sia ispirato all’antico albero, poiché l’emblema è cosi composto: un campo azzurro con al centro uno scudo ed un tiglio, recante alla base un putto alato, che poggia i piedi su un prato verde; lo scudo è sormontato da una corona di torri civiche e percorso nei due lati sottostanti lo scudo da un ramo di ulivo, ed uno di quercia, annodati in basso con fiocchi e nastro in oro. Il fantastico toponimo di Calvizzano, a detta del suo primo storico, il notaio Marco Antonio Syrleto, derivi dal fatto che nell’antichità, in seguito alle tante guerre e pestilenze “si trovavano molti sepolcri ripieni solamente di teschi, che egli chiama “Calvice”. Quando in un secondo momento i sani sarebbero venuti ad abitare nel nostro territorio, dall’unione dei Calvi ai sani, sarebbe venuto il nome Calvisani, dal volgo, in seguito, tradotto in Carvizzano e poi Calvizzano”. Di parere diametralmente opposto è il sacerdote Raffaele Galiero, il quale, nel suo “Il mio paese” pubblicato negli anni ’70, asseriva che la cittadina prese il nome dell’antica famiglia romana Calvisia e cioè Calvisiano poi Calbictiano ed infine Calvizzano. Lo stemma è attualmente così composto: di colore verde ed uno scudetto barocco d’argento, caricati di una testa calva, rivolta di profilo al naturale. Il vessillo di Giugliano si rifà in un certo qual modo alla posizione geografica del luogo, nonché alla conformazione del territorio essendo situata nella zona denominata “Campus Leborius”. Nello stemma è riprodotta una donna gravida che riposa distesa su di un lembo di spiaggia della Campania Felix; questo ideogramma, oltre a designare la fertilità del territorio, si riferisce alla città di Cuma (il termine “sono incinta”, difatti, corrisponde al greco “Kumaìno” la cui radice è la stessa di “Kume”). Quello di Qualiano è alquanto complesso e “consiste in un rettangolo in tre tronconi, in alto è raffigurata una torre merlata. Nel primo troncone con fondo rosso porpora vi sono due rami di quercia e di alloro annodati da un nastro dai colori Nazionali; nel troncone di centro con fondo dorato vi è rappresentata la figura di Santa Chiara che stringe fra le mani un calice con l'Ostia Consacrata; nel troncone di sotto con fondo rosso vi è una quaglia al naturale. Il tutto circondato da due rami, uno di quercia ed un altro di alloro, annodati da un nastro di colore rosso”. Qualiano, dal 1340 al 1805, fu feudo del monastero di S. Chiara in Napoli. Lo stemma fu concesso con Regio Decreto del 15 ottobre 1935. Il significato del toponimo Melito sembra essere alquanto esplicitamente nel nome stesso e cioè meleto; come pure nello stemma è presente un albero del citato frutto. Contrariamente, però, a quanto riferisce Antonio Jossa Fasano nel suo “Melito nella storia di Napoli” del 1978, il quale sostiene che le denominazione Melito derivi da melma, poiché nell’antichità “le acque ristagnanti nel pubblico fossato invadevano, nei periodi di piena, il terreno circostante”. Nell’emblema di Villaricca sono presenti tre spighe di grano, le cui spighe palesano l’antica attinenza con la denominazione Panicocoli. L’attuale stemma è cosi composto: Fondo azzurro, lupo al naturale su di una pianura di verde, sormontato da tre spighe di grano al naturale, circondato da due rami di quercia e di alloro annodati da un nastro dai colori nazionali, il tutto sormontato da una corona con nove torri. Fu concesso con Regio Decreto il 14 Ottobre del 1937.

Comune di Qualiano 
     
Comune di Marano


Comune di Calvizzano 

        

Comune di Melito 


Comune di Giugliano 

Comune di Villaricca 


















Sopra: stemma del Comune di Mugnano
Testi di Carmine Cecere